Archivio mensile maggio 2010

Affrontare l’ansia da prestazione sportiva

Ansia da palcoscenico

L’ansia, di per sé, non è un fattore negativo per chi pratica l’attività sportiva e competitiva in generale (musica, accademica, d’affari). Diversi studi (Gould, Greenleaf, & Krane, 2002; Smith et al., 2002) ne hanno sancito l’importanza come fattore chiave per qualità e durata dell’esperienza.

È quando questa raggiunge livelli troppo alti, e in direzione negativa, che si pone come ostacolo al godimento dell’attività e al decadimento della performance in termini di risultati, senza contare l’aumento degli infortuni che ciò comporta.

Una delle cause principali della perdita di efficacia è, paradossalmente, l’essere troppo concentrati sul compito: l’ansia è una forza autocentrante, che tende a focalizzare l’attenzione su sé stessi, sui propri movimenti e sulla propria attività, e questo conduce ad una serie di risposte nel corpo che sono eccessivamente controllate e contrastano con la naturalezza che il movimento sportivo richiede.

Il corpo già conosce le risposte che la mente gli vuol dare, finendo solo per fargli perdere precisione ed accuratezza. Quello che un livello eccessivo di stress produce è un sovraccarico di informazioni che rallenta il sistema minandone l’efficacia.

Cosa accede, in pratica? Secondo Carver and Scheier (1988) il comportamento umano è regolato da un sistema di feedback che monitora il comportamento. Quando un comportamento viene eseguito, avviene un confronto fra il risultato ottenuto ed il risultato sperato. Se questo risultato è discrepante, si crea un’interferenza cognitiva sotto forma di pensieri negativi su di sé.

In soggetti particolarmente ansiosi, questi pensieri negativi sorgono ben prima del compito da portare a termine, come se il fallimento fosse una conseguenza inevitabile dell’azione.

Come si affronta, dunque, l’ansia? Se l’ansia prima della prestazione è una componente inscindibile dello sport e della competizione in generale, è bene che l’atleta non fugga dalla stessa come da un fastidioso effetto collaterale, ma che impari a conoscerla e ad integrarla nella propria economia di vita.

Lavorando in questa direzione è possibile ridurne gli effetti, sia in termini di performance che di pensieri negativi durante la competizione.

Perché se è pur vero che il divertimento è una base imprescindibile dello sport, è anche importante vedere fruttare i propri sforzi ed il benessere che deriva da un’attività che può essere soddisfacente da tutti i punti di vista.

Per approfondire:

Bird, A, M., & Horn, M, A, (1990). Cognitive anxiety and mental errors in sport. Journal of Sport and Exercise Psychology, 12,217-222.

Burton, D, (1998), Measuring Competitive State Anxiety. In J.L, Duda (ßa.), Advances in sport and exercise psychology measurement {i^ç 129-148). Morgantown, WV: Fitness Information Technology.

Carver, C. S., & Scheier, M. F. (1988). A control-process perspective on anxiety. Anxiety Research, 1, M-21.

Conroy, D., & Metzler, D. E. (2004). Patterns of self-talk associated with different forms of competitive anxiety. Journal of Sport and Exercise Psychology, 26,69-89.

Fields, C. (2002). Why to we talk to ourselves? Journal of Experimental & Theoretical Artificial Intelligence, 14,255-272.

Hatzigeorgiadis, A., & Biddle, S. J. H. (2000). Assessing cognitive interference in sports: The development of the Thought Occurrence Questionnaire for Sport (TOQS). Anxiety, Stress, and Coping, 13,65-86. 252 / Journal of Sport Behavior, Vol. 31, No. 3

Treadwell, K. R. H., & Kendall, P. C. (1996). Self-talk in youth with anxiety disorders: States of mind, content specificity, and treatment outcome. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 64, 941-950.

Van Raalte, J. L., Brewer, B. W., Lewis, B. P., Linder, D. E., Wildman, G., & Kozimor, J. ( 1995). Cork! The effects of positive and negative self-talk on dart performance. Journal of Sport Behavior, 18,50-57.

Il malessere economico come malessere personale

Perdita del lavoro

Chi la vita se la toglie e chi fa affari

[e. verr.] La Gazzetta del Mezzogiorno

Padova. Laureato in Psicologia da quattro anni, si impicca con una corda appesa all’inferriata del bagno di casa. Lascia un messaggio di addio ai genitori ed agli amici. Non riusciva a trovare un impiego. Aveva difficoltà economiche. Tanto da mettere in vendita la sua abitazione. Né gli era andata a buon fine un’idea che lui stesso considerava vincente: lo psicologo a domicilio, per infermi, anziani ed altri soggetti con problemi di mobilità. Nessun paziente, purtroppo. La sorella cerca di contattarlo telefonicamente per ventiquattro ore, senza riuscirsi. Lei e i genitori risiedono infatti sull’isola d’Elba. David non può più rispondere a nessuna chiamata.
D’altronde la solitudine di chi perde il lavoro oggi è acuita dalla perdita di solidarietà sindacale: non si lotta più insieme, si sale in gruppetti sui tetti e ci si incatena ai cancelli.
Atroce la vicenda di Marmorta, una frazione di Molinella, in provincia di Bologna. Qui si toglie la vita un disoccupato, da tempo in cassa integrazione, che teme di non poter più mantenere la sua famiglia. Anche lui decide di impiccarsi e lo fa nel garage della propria abitazione.
Il caso della France Telecom ha stabilito un precedente che impensierisce le aziende. Succede infatti che i tribunali francesi considerino sempre più spesso i suicidi legati a vicende professionali come vere e proprie morti sul lavoro, con relative sanzioni. Nascono allora società specializzate nel prevenire gesti irreparabili. Alcune di esse si chiamano Psya, Preventis, Ifas e Stimulus. Il loro servizio diventa ormai nevralgico: è quello di offrire sostegno psicologico. E rende parecchio. Ne dà conto Emmanuel Charlot, direttore partnership e sviluppo di Psya: «Basta pensare che il nostro fatturato nel 2009 ha subìto una forte accelerazione (+52%) rispetto al 2008: si tratta della più forte crescita del nostro giro d’affari dalla nascita della società. E questo è molto rivelatore». Un suicidio in ditta procura danno di immagine. Al contrario, promuovere all’esterno un’impressione di buon trattamento accresce il fatturato ed attira candidati. Alla Google si afferma esplicitamente che serve «da parte delle aziende per accattivare nuovi talenti e raggiungere ris u l t at i economici migliori». Il direttore generale della Stimulus, Patrick Legeron dichiara che la richiesta di consulenza psicologica «è in forte aumento» da parte delle aziende francesi. «Molte imprese che non si interessavano a questo fenomeno si sentono ormai obbligate ad affrontare il problema: a spingerle purtroppo è soprattutto la paura di trovarsi confrontati agli stessi fenomeni più che la semplice volontà di creare benessere ai propri dipendenti».
Un operaio trentacinquenne di Brembate, in provincia di Bergamo, si toglie la vita diventando una torcia umana. Si cosparge di benzina, appicca il fuoco e riporta ustioni sulla maggior parte del corpo. Muore il giorno dopo al centro grandi ustionati di Verona. Inutile l’intervento di una donna, che cerca di spegnere il rogo con un piccolo estintore per spegnere le fiamme. I soccorritori tentano inoltre di rianimarlo. Invano. All’origine del gesto, il fallimento della ditta di Zingonia, sempre in provincia di Bergamo, presso la quale l’uomo lavorava. Per darsi alle fiamme, ha scelto la zona industriale del centro in cui risiedeva.
Sarà che il lavoro nobilita l’uomo, però oggi è la prima fonte di stress per 54% degli abitanti del pianeta. In Giappone, trentamila persone all’anno muoiono di karoshi, il superlavoro. Una forma deviata di suicidio. I concetti di flessibilità e mobilità, cari agli economisti, significano, per chi li subisce, paura del futuro.

Il problema della perdita di lavoro sta diventando particolarmente serio. Aldilà del danno economico che, comunque, non va sottovalutato, in gioco c’è molto di più.

La disoccupazione, associata a fattori sociali come un basso grado di scolarizzazione, caratteristiche personali e problemi di salute, è una fattore di rischio per suicidio e morti precoci.

La persona che perde il lavoro si sente spesso solo, con il peso delle responsabilità da portare sulle proprie spalle e con un grosso senso di colpa. E’ proprio la solitudine, unita ad un senso di sfiducia che pervade tutta l’esistenza futura, a rappresentare i punti di rottura che portano alle manifestazioni più intense di malessere.

D’altra parte gli studi di correlazione fra tassi di disoccupazione e suicidi sono noti ed enfatizzano non la mancanza di lavoro in sé, quanto piuttosto la sfiducia nel trovare un impiego in tempi brevi.

Il problema in gioco riguarda certamente il riconoscimento del proprio valore e della propria identità, così come la possibilità di mobilitare risorse interne per affrontare un evento così stressogeno.

E’ importante focalizzare l’attenzione sopratutto su queste ultime, per riuscire ad affrontare un disagio sicuramente debilitante e fonte di stress nell’immediato, ed integrarlo in un ciclo di vita che prevede, certamente, anche questo genere di cambiamenti.

Per approfondire:

Dooley D, Fielding J, Levi L. Health and unemployment. Annu Rev Public Health. 1996;17:449-465.

Hammarstrom A. Health consequences of youth unemployment—review from a gender perspective. Soc SdMed 1994,38(5):699-709.

Iversen L, Andersen 0, Andereen PK, Cbristoffersen K, Keiding N. Unemployment and mortality in Denmark, 1970-80. BMf. 1987:295:879-884.

Jin RL, Sbab CP, Svoboda TJ. Tbe impact of unemployment on health: a review of the evidence. CMAJ. 1995;153(5):529-540.

Jaboda M. The impact of unemployment in tlie 1930s and the 1970s. Bull Br Psychol Soc. 1979:32: 309-314.

Kasl SV, Jones BA. The impact of job loss and retirement on bealtb. In: Berkman LF, Kawachi 1, eds. Sodal Epidemiology. New York. NY: Oxford University Press; 2000:118-136.

Levi L. Psycbosocial environmental factors and psychosoeial mediated effects of physical environmental factors. Scandf Work Environ Health. 1997:23(suppl 3): 47-52.

Mathers CD, Scbofield DJ. The health consequences of unemployment: the evidence. MedJ Aust. 1998;168:178-182.

Platt S. Unemployment and suicidal bebaviour: a review of the literature. SocSdMed 1984;19(2):93-115.

Wilson SH, Walker GM. Unemployment and health: a review. Public Health. 1993;107:153-162.