Archivio mensile aprile 2016

Chi sei oggi è già abbastanza

“Un giorno farò…”, “un giorno dimostrerò…”, “un giorno realizzerò…”.

Tutti noi abbiamo sogni. Sogni su un futuro migliore, più felice, più sicuro, più tranquillo, più emozionante, più libero. I sogni ci danno una direzione nella vita e ci permettono di applicare le nostre energie nel corso giusto.

Spesso, però, i sogni si trasformano in incubi quando l’orologio corre e il futuro si accorcia sempre più davanti a noi: abbiamo sprecato gran parte del tempo e l’obiettivo è sempre alla stessa distanza. Lontano, nel futuro. In questa situazione i sensi di colpa ci attanagliano, ci sentiamo piccoli e impotenti, ci svalutiamo, ci consideriamo non degni. Non è bello sentirsi così e da lì è facile il passaggio a qualche meccanismo di difesa del tipo: “il mondo è tutto uno schifo”.

Ci ritiriamo impauriti e malconci in una realtà ridotta e sogniamo grandi progetti che si realizzeranno solo nel futuro: una laurea, una famiglia, un lavoro, una rivoluzione. Poi cominciamo a modificarci per raggiungere quell’obiettivo: diventiamo servili, lavoriamo come asini, ci facciamo calpestare, ci calpestiamo da soli. Cominciamo a sentire da qualche parte come dovremmo essere e ci sentiamo inadeguati per ciò che siamo oggi.

Ed è una guerra continua: mangiamo troppo, dormiamo troppo, non dormiamo abbastanza, usciamo troppo, lavoriamo troppo, lavoriamo troppo poco, eccetera. Non siamo mai come dovremmo essere. Non facciamo mai fino in fondo quello che vorremmo fare. Non bastiamo mai a noi stessi.

Come usciamo da questo casino?

Se funzionasse, basterebbe stringere un po’ i denti nella miseria quotidiana per avere poi la tanto desiderata ricompensa. Il problema è che una volta conseguito un obiettivo, ce n’è subito un altro che si fa largo: se finalmente riesco a laurearmi, l’obiettivo si sposterò su lavoro; se ho un lavoro voglio avere una carriera; se ho una carriera vorrò essere il migliore; se sarò il migliore, vorrò essere il migliore in un’altra cosa per dimostrare a me stesso che non sono solo quello. Se vorrò essere moglie, poi vorrò essere madre, poi vorrò essere una buona madre, poi la migliore, poi – con queste premesse – dovrò arrendermi alla realtà che, dopo tutti gli sforzi fatti, mio figlio non mi sopporta e vive per strada perché odia sua madre. Sei povero, vuoi diventare ricco. Sei ricco, vuoi essere più ricco. Sei più ricco, vuoi diventare Presidente degli Stati Uniti. Diventi Presidente degli Stati Uniti e vuoi fare la guerra all’Africa, l’Oceania ed un terzo continente a tua scelta. E così via.

Rimandare la vita al futuro semplicemente non funziona. E non funziona perché si basa su un assunto fallace: che noi non siamo abbastanza. Che per vivere ci serve qualcosa che semplicemente si troverà nel futuro, a nostra disposizione.

Come mandiamo avanti questo meccanismo infernale?

Tutto questo nasce da una confusione su ciò che siamo. Troppo spesso confondiamo la realtà con l’immagine potenziale di noi stessi. Ci modifichiamo e cominciamo a comportarci in una forma ridotta di quello che vorremmo essere in futuro e il miglior modo per farlo è credere di essere già come il prodotto finale. Così facendo cominciamo a vivere una realtà completamente proiettata nel futuro, ad una performance, ad un risultato finale. Perdiamo il contatto con quello che succede sulla terra, giorno dopo giorno e perdiamo il contatto con le persone attorno a noi, che spesso intralciano i nostri sogni di essere marito, impiegato modello, madre perfetta, dirigente d’azienda, in curva a festeggiare lo Scudetto, e così via. Fra noi e i nostri sogni c’è un gran numero di persone che ha altrettanti sogni, spesso in contrasto con i nostri e da lì e la guerra corre un filo di vento.

Siamo sempre in guerra perché la guerra è prima di tutto interiore: fra quello che vorremmo essere (per poterci dare il permesso di essere vivi) e quello che tristemente siamo. Ci trattiamo male perché non siamo quello che ci aspettavamo da noi (o che qualcun altro si aspettava per noi) e spesso siamo più duri con noi che con tutte le altre persone che ci stanno attorno.

Come si esce da questo casino, dunque?

Se basiamo l’idea di noi su ciò che potremmo essere, sulle nostre potenzialità future, ci perdiamo la straordinaria esperienza di essere vivi oggi. E finiamo con il confondere quello che siamo con quello che vorremmo essere.

Solo se siamo vivi oggi, solo se restiamo davvero in contatto con i nostri desideri intimi, profondi, reali possiamo vivere la vita che sogniamo. Oggi, non nel futuro. Vivere nel futuro è fonte di grandi sofferenze nel presente. E noi viviamo nel presente!

Cominciamo a considerarci come se già fossimo il punto di arrivo di questa straordinaria esperienza che è essere vivi. Smettiamo di considerarci robot e calcolatori per l’esecuzione di un progetto e cominciamo ad essere il progettista stesso. Non facciamoci comandare – finanche da noi stessi -, ma cominciamo ad ascoltare e ad ascoltarci.

Non è semplice: c’è molta polvere che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita e ci appesantisce di molto il lavoro e a pochi piace fare le pulizie, eppure sono necessarie per vivere bene. Noi meritiamo di vivere bene già oggi. Non dobbiamo aspettare un istante di più.

(i sogni dell’uomo fermo nel futuro sono stati dipinti meravigliosamente nel personaggio della canzone di Piero Ciampi “Te lo faccio vedere chi sono io”)