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Impariamo a litigare

 

Esistono mondi che hanno bisogno della cartina per essere visitati. Si, certo, ci si può dirigere a tentoni, prendendo una strada dopo l’altra e tornando indietro in caso di errore, ma è una strada lunga ed impervia e non è detto che non ci si perda. Litigare con le altre persone è uno di questi mondi difficilmente esplorabili, con un’altissima probabilità di perdere la bussola e trovarsi a rigirare su sé stessi, consci di sbagliare strada, ma testardi nel non fermarsi a chiedere informazione.

Obiettivi lessicali

L’arte del litigio prevede una prima, fondamentale regola: vietato assolutizzare. Banditi termini come “mai”, “sempre”, “tutto” che sono il punto d’appoggio per rovesciare il tavolo del discorso con tutto ciò che c’è sopra. La relativizzazione della situazione è un perfetto punto di partenza per trovare una via d’uscita. “Spesso” è un termine molto più aderente al vero e che addolcisce una pillola già di per sè molto ostica da mandar giù.

La seconda regola è la soggettivazione delle sensazioni: non cercare di allontanare da sè il problema ponendolo in una realtà lontana e a portata di tutti. Le sensazioni, si sa, appartengono a chi le prova, non si trovano nell’aria. “Metti le persone a disagio” è un pessimo modo di rapportarsi ad una sensazione che può essere capita proprio perché vive dall’altra parte; molto meglio un “mi sento a disagio quando ti comporti in questo modo“: libero, circostanziato e sincero.

Un corollario della regola precedente, consiste nell’evitare le frasi che cominciano con il “tu sei”. Assolutamente. “Tu sei insensibile” non è un giudizio, è semplicemente un’offesa che non apporta contributi alla discussione. “Io sento che i miei sentimenti non vengono condivisi” è un TomTom per la strada dell’altrui comprensione. Che magari è proprio il motivo per il quale si è cominciata la lite.

Obiettivi psicologici

Un altro fattore di estrema importanza è cercare di capire cosa ci ha irritato e perché. Non tutto ci crea le stesse sensazioni in ogni ambito: in questi casi è molto probabile che non sia un fattore esterno a scontrarsi con la nostra sensibilità, ma che in quel momento c’è un nervo aperto che si irrigidisce molto facilmente.

Che i nostri difetti siano quelli che peggio tolleriamo negli altri è un dato abbastanza evidente, per cui una bella analisi di coscienza è propedeutica nel capire cosa, dell’altro, ci ha dato tanto fastidio. E chiedersi perché, magari, quel difetto è tanto intollerabile per noi stessi.

Obiettivi finali

Punto focale è visualizzare gli obiettivi e le conseguenze della lite: si litiga sempre e comunque per un obiettivo finale che può andare dallo sfogo momentaneo, al semplice disaccordo su una questione, alla lotta per la supremazia. Discutere se il maglione sia blu scuro o nero non è un momento di lotta per il predominio dei sensi. Non si vince nulla, si perde solo. Così come, d’altra parte, affrontare la questione del dove passare le vacanze di Natale è un perfetto esercizio di cooperazione per un obiettivo comune, che è poi quello di trascorrere un bel periodo insieme.

Non si può non litigare è l’ultima, fondamentale regola. Combattere per una causa è un istinto primordiale e non può essere estirpato se non con un grosso atto di perversione. Il litigio, però, deve essere un momento di riflessione, un momento di conoscenza dei nostri limiti e delle nostre idiosincrasie. Noi non siamo perfetti, alle volte abbiamo ragione, altre volte torto marcio: ricordiamoci di queste ultime nel momento in cui affermiamo la nostra verità. Ci servirà per compiere quel passo indietro fondamentale per riprendere la via giusta.