Conoscere sé stessi per essere felici


di Salvatore Torsi

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Chi siamo è forse uno degli enigmi più profondi della storia umana. Non da un punto di vista di evoluzione della specie (a quello, passo dopo passo, stiamo giungendo ad una verità), ma da una visione totalmente personale: io chi sono?

Il costrutto mentale di identità ci viene certamente incontro: io sono la continuità di quello che ero ieri e di quello che sarò domani. Ma è un costrutto che ha qualche evidenza logica? Quante volte abbiamo incontrato a distanza di tempo delle persone che ci sono sembrate totalmente diverse da come le ricordavamo. E quante volte noi ci sentiamo cambiati dopo alcune esperienze particolarmente significative (viaggi, lutti, malattie, genitorialità, ecc.)?

In tutti questi casi, siamo diversi da ieri e dall’altro ieri, ma siamo ancora noi. Com’è possible? Forse il “noi” è riferito al corpo? Ma anche il corpo cambia: da quando siamo neonati, a quando cresciamo, a quando invecchiamo, il nostro corpo è sempre diverso, eppure è sempre “nostro”.

E allora chi siamo veramente? Alle volte siamo spettatori passivi: la vita ci passa davanti e non ce ne accorgiamo neppure. Siamo presi dalla continuità del passato e rendiamo quello che siamo stati come quello che siamo adesso. Le paure del passato sono le paure di oggi e le ferite del passato sono le ferite di oggi. Oppure siamo presi dal fascino del futuro: siamo in attesa che qualcosa accada e tutto quello che viviamo nel presente è solo una scocciatura, perché ci allontana da quello che faremo e saremo.

Ci sono alternative? Sembrerebbe di sì.

Un’altra possibilità di essere è coltivare la presenza. Essere presente, nel qui ed ora, non più schiacciati dalle trame del passato e dalle lusinghe (o le sciagure) del futuro. Essere presenti rende il mondo un posto sempre nuovo, nel quale fare esperienze sempre diverse, reinventandosi nuove possibilità giorno dopo giorno. È il teatro di un adattamento creativo che non ci relega in secondo piano, ma che permette di modificare noi stessi e, contemporaneamente, il mondo che ci circonda. Il nostro mondo.

Non è facile, comunque, coltivare la presenza. Viviamo in una realtà veloce, complessa, frammentata. La nostra tendenza automatica ad adeguarci o a difenderci non ci permette un contatto naturale con noi stessi, ma ci porta con maggior facilità a preoccuparci dell’esterno, del mondo che ci circonda.

Per fortuna, però, un barlume di coscienza di noi stessi illumina nel fondo la nostra vita. Sappiamo che non siamo solo questo, ma non sappiamo cos’altro potremmo essere. Spesso ci rivolgiamo ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta perché non siamo più felici, o non lo siamo mai stati. Chiediamo aiuto, ma alle volte non sappiamo davvero se lo vogliamo o no. Abbiamo paura, e tanta.

Ci vuole tempo per avere fiducia dell’altro, ma ancora più tempo per avere fiducia di noi stessi. Una guida esterna ci può aiutare in un tratto del percorso, ma una guida interna ci aiuterà per l’eternità.

Accedere ad un percorso di crescita personale non è facile: costa soldi, impegno e fatica. Una volta giunti alla fine, però, il premio è il più grande che possa esistere ed è la nostra stessa vita, non più da comprimari, non più da spettatori passivi, non più da macchine. Il premio è la presenza, la guida interna e, assieme a queste, nuove possibilità di essere.

Perché forse, come dice Claudio Naranjo, il segreto della felicità è incontrarsi.

D’altra parte noi siamo quelli che ci facciamo compagnia in ogni momento della nostra esistenza: probabilmente è bene smettere di litigare con noi stessi.

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