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Affrontare l’ansia da prestazione sportiva

Ansia da palcoscenico

L’ansia, di per sé, non è un fattore negativo per chi pratica l’attività sportiva e competitiva in generale (musica, accademica, d’affari). Diversi studi (Gould, Greenleaf, & Krane, 2002; Smith et al., 2002) ne hanno sancito l’importanza come fattore chiave per qualità e durata dell’esperienza.

È quando questa raggiunge livelli troppo alti, e in direzione negativa, che si pone come ostacolo al godimento dell’attività e al decadimento della performance in termini di risultati, senza contare l’aumento degli infortuni che ciò comporta.

Una delle cause principali della perdita di efficacia è, paradossalmente, l’essere troppo concentrati sul compito: l’ansia è una forza autocentrante, che tende a focalizzare l’attenzione su sé stessi, sui propri movimenti e sulla propria attività, e questo conduce ad una serie di risposte nel corpo che sono eccessivamente controllate e contrastano con la naturalezza che il movimento sportivo richiede.

Il corpo già conosce le risposte che la mente gli vuol dare, finendo solo per fargli perdere precisione ed accuratezza. Quello che un livello eccessivo di stress produce è un sovraccarico di informazioni che rallenta il sistema minandone l’efficacia.

Cosa accede, in pratica? Secondo Carver and Scheier (1988) il comportamento umano è regolato da un sistema di feedback che monitora il comportamento. Quando un comportamento viene eseguito, avviene un confronto fra il risultato ottenuto ed il risultato sperato. Se questo risultato è discrepante, si crea un’interferenza cognitiva sotto forma di pensieri negativi su di sé.

In soggetti particolarmente ansiosi, questi pensieri negativi sorgono ben prima del compito da portare a termine, come se il fallimento fosse una conseguenza inevitabile dell’azione.

Come si affronta, dunque, l’ansia? Se l’ansia prima della prestazione è una componente inscindibile dello sport e della competizione in generale, è bene che l’atleta non fugga dalla stessa come da un fastidioso effetto collaterale, ma che impari a conoscerla e ad integrarla nella propria economia di vita.

Lavorando in questa direzione è possibile ridurne gli effetti, sia in termini di performance che di pensieri negativi durante la competizione.

Perché se è pur vero che il divertimento è una base imprescindibile dello sport, è anche importante vedere fruttare i propri sforzi ed il benessere che deriva da un’attività che può essere soddisfacente da tutti i punti di vista.

Per approfondire:

Bird, A, M., & Horn, M, A, (1990). Cognitive anxiety and mental errors in sport. Journal of Sport and Exercise Psychology, 12,217-222.

Burton, D, (1998), Measuring Competitive State Anxiety. In J.L, Duda (ßa.), Advances in sport and exercise psychology measurement {i^ç 129-148). Morgantown, WV: Fitness Information Technology.

Carver, C. S., & Scheier, M. F. (1988). A control-process perspective on anxiety. Anxiety Research, 1, M-21.

Conroy, D., & Metzler, D. E. (2004). Patterns of self-talk associated with different forms of competitive anxiety. Journal of Sport and Exercise Psychology, 26,69-89.

Fields, C. (2002). Why to we talk to ourselves? Journal of Experimental & Theoretical Artificial Intelligence, 14,255-272.

Hatzigeorgiadis, A., & Biddle, S. J. H. (2000). Assessing cognitive interference in sports: The development of the Thought Occurrence Questionnaire for Sport (TOQS). Anxiety, Stress, and Coping, 13,65-86. 252 / Journal of Sport Behavior, Vol. 31, No. 3

Treadwell, K. R. H., & Kendall, P. C. (1996). Self-talk in youth with anxiety disorders: States of mind, content specificity, and treatment outcome. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 64, 941-950.

Van Raalte, J. L., Brewer, B. W., Lewis, B. P., Linder, D. E., Wildman, G., & Kozimor, J. ( 1995). Cork! The effects of positive and negative self-talk on dart performance. Journal of Sport Behavior, 18,50-57.